
Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo l'intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs dal titolo "Economia e solidarietà" tratta dal numero 119 (maggio 2010) della rivista "Lo Straniero".
Si parla di basic income, un tema che stiamo approfondendo nel cantiere e di cui vorremmo discutere in un prossimo incontro.
lunedì 31 maggio 2010
Basic Income
mercoledì 18 novembre 2009
Ancora sulla legge regionale per il lavoro
Ad integrazione delle note già pubblicate, e in preparazione di un cantiere su questo argomento, proponiamo le conclusioni di un interessante saggio di Maria Cristina Cimaglia e Fabio Corbisiero* dal titolo "Occupare conviene. Incusione sociale e integrazione fra politiche del lavoro e politiche sociali nel caso della regione Campania", in Working Papers Nuovi Lavori, rivista quadrimestrale n. 1, anno I del 24 Novembre 2008. Il testo completo del saggio è qui. Anche chi non è proprio "radicale" come forse siamo noi dell'Arcipelago sembra pensarla molto simile a noi, e anche con chi non è priorio "radicale" come noi si può imparare, discutere, cambiare.
Conclusioni
Lo spaccato offerto dall’indagine qualitativa sul mercato del lavoro in Campania** ha posto in primo piano la debolezza di un sistema produttivo fondato sul perseguimento della competitività e sull’abbattimento del costi del lavoro, oltre che sulla diminuzione delle tutele dei lavoratori. Politiche del lavoro e politiche sociali basate su incentivi che non si misurano direttamente con i vincoli del mercato locale o calibrate su sistemi asintotici come il reddito di cittadinanza si sono dimostrate inefficaci. Un lavoro discontinuo e flessibile, con scarse garanzie e tutele – tra cui vanno annoverate anche quelle garantite dalla legge, ma difficilmente reclamate e reclamabili di fatto dai lavoratori – da cui si ricava un reddito insufficiente ad una vita dignitosa, non ha come effetto soltanto quello di aumentare la percezione del senso di precarietà del lavoro ma anche quello di frantumare, nelle sue fondamenta, il contratto sociale su cui si è eretta la società contemporanea. È il venir meno di quel senso di fiducia che è alla base del patto tra generazioni su cui si fonda la tutela pensionistica, del patto fra occupati e disoccupati che è alla base del nostro sistema di ammortizzatori sociali e tutele previdenziali, e ancora del patto fra popolazione attiva e persone temporaneamente o permanentemente non occupabili su cui si regge il sistema di assistenza sociale e, più in generale, è il venir meno del senso di fiducia tra il cittadino e lo Stato.Come ha mostrato l’evidenza empirica restituita in questo saggio, l’illegalità non si traduce per default in criminalità organizzata, ma può assumere tante sfaccettature che vanno dalla truffa malcelata (come nel caso dei part-timer che in realtà sono impiegati a tempo pieno) al lavoro sommerso e atipico a vita. Continua...
venerdì 13 novembre 2009
Nessun dorma!
"(...) La seconda decisione che affronterebbe il grave problema della disoccupazione è quello di non concedere nessun sussidio se non in contropartita di un servizio reso allo Stato. (...) Questa soluzione richiede la riorganizzazione della rete di assistenza sociale collegandola con gli infiniti bisogni delle diverse articolazioni dello Stato. In breve, per una serie di ovvi motivi non ci dovrebbe essere un pranzo gratis.(il neretto è nostro ndr) Non è un ritorno ai lavori socialmente utili che richiedevano maggiori spese, ma solo l'aggancio delle attuali spese a una politica di governo che tenga impegnati i lavoratori assistiti per vari motivi e soddisfi i molteplici bisogni insoddisfatti dello Stato, dalla scuola alla rete culturale e alla stessa magistratura (...)."
Sono stralci di un articolo di Paolo Savona (Il Mattino 11 nov 2009) dal titolo "Le risposte ai disoccupati". Non si comprende chi siano i sussidiati a cui Savona si riferisce, poichè i disoccupati che percepiscono redditi in Italia sono soltanto coloro che beneficiano della indennità di disoccupazione e gli occupati sospesi dal lavoro che percepiscono la cassa integrazione guadagni. Sono solo una parte minoritaria di coloro che perdono un lavoro, e i redditi di cui beneficiano provengono dai contributi assicurativi versati dalle imrpese e da tutti i lavoratori. Non si tratta di sussidi ma dei redditi di un sistema "assicurativo" o previdenziale (nel caso dei cassintegrati) che non prevede contropartite per il semplice fatto che è già stato "pagato". Continua...
lunedì 2 novembre 2009
un mese dopo: povertà, reddito di cittadinanza, reti basse, DKm0, arcipelago napoli
Torniamo dopo circa un mese di silenzio e questa volta non occasionalmente. Ci siamo incontrati per due volte nelle ultime settimane, in sei "fedelissime/i" per capire se e come portare avanti l'esperienza del cantiere sociale. D'accordo sul continuare, abbiamo individuato tre cose da fare nei prossimi mesi: un cantiere del tipo di quello di due anni fa, per chiamare tutti i circa 150 che vi parteciparono e che in gran parte sono tuttora in relazione con il cantiere, e per discutere in pubblico e apertamente sul tema della povertà. Paola ed io stiamo lavorando da un paio di mesi per approfondire l'analisi sulle condizioni economiche della popolazione a Napoli e in Campania e sull'idea lanciata di recente da Gallino di discutere anche in Italia di basic income, del diritto universale e incondizionato a disporre di un reddito di base per vivere, un reddito di cittadinanza. Di reddito di cittadinanza si è parlato anche di recente sia in sedi accademiche che nel dibattito politico-istituzonale. L'argomento in Campania è nell'agenda politica e se ne parla nella Delibera sulla finanziaria regionale 2010 approvata in questi giorni dalla giunta regionale. L'esperimento avviato con il reddito minimo a Napoli nel 2000- 2003 e la nuova sperimentazione avviata con la legge regionale n.2 del 2004, giunta al suo quarto anno di attivazione, a nostro avviso permettono e richiedono una non più rinviabile decisione definitiva sulle modalità e sulle condizioni per strutturare stabilmente, a livello regionale, uno strumento tipo basic income. L'argomento trova infine proprio nella Campania un terreno di confronto ideale dal momento che qui si è sperimentato più che altrove e soprattutto che qui più che altrove le condizioni economiche della popolazione, generano tensioni e malessere, ispirano sfiducia e rassegnazione, suscitano una indignazione diffusa ma sopita, che senza politica resta impotente e stagnante.
Ma accanto alla ricerca e all'analisi politica e sociale, il cantiere vuole anche sostenere pratiche politiche significative di contrasto alla nondemocrazia, alla violenza, alla mortificazione e al maltrattamento di chi ha meno o di chi è diversa/o e non può nè difendersi e nè ribellarsi ai poteri forti e ai più forti. Su questa posizione vogliamo continuare a sviluppare e a sostenere campagne politiche e pratiche politiche, come la campagna sulle "Impronte", quella del "Mi dichiaro clandestino", del "Io curo non denuncio" e le tante altre significative che abbiamo portato avanti sul welfare, l'immigrazione, l'istruzione, l'inizio e la fine della vita, l'ambiente, i rifiuti, i beni comuni ecc...
E vogliamo anche portare avanti il lavoro sulle reti basse, sull'economia solidale, sui gruppi di acquisto e le esperienze di reciprocità. L'idea è di muovere esperienze concrete intorno ad un luogo nato da poco nel centro della città come laboratorio di rapporti veri e solidali. Il luogo è il Centro Interculturale Nanà e intorno a Nanà inizieremo ad attivare esperimenti di economia solidale.
Infine, per riprendere davvero con il blog e rimetterci dentro il circuito di informazione e documentazione del social network riassumiamo alcuni fatti che più ci hanno interessato e ci interessano, iniziati nell'ultimo mese e ... in divenire:
Il cidi prepara un incontro per mercoledi 11 novembre alle 16.30 presso il Cidi (Via Trinità degli Spagnoli,41) con l'introduzione di Michele Prospero, docente di Filosofia Politica presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Il tema è "La democrazia bloccata. Perchè la sinistra perde".E mette meritoriamente in circolo una interessante documentazione che prepara al dibattito. La trovate qui.
La Regione Campania ha una legge regionale sul lavoro, il cui testo è qui, ne vorremmo discutere nel cantiere e vi proporremo presto alcuni approdonfimenti e un incontro ad hoc.
Interessante è anche il manifesto sul lavoro proposto dalla Libreria delle donne di Milano e pubblicato nella rivista Sottosopra. Si intitola "Immagina che il lavoro", non è disponibile sul web ma ne trovate resoconti qui. Anche su questo, magari intrecciando il discorso sulla legge regionale, vorremmo discutere nel cantiere.
Mi dichiaro clandestino è diventato un sito, collegato a Carta, il gruppo che avevamo aperto su Facebook può trasferirsi lì. Tra qualche giorno lo chiuderemo, ringraziando tutte e tutti i "clandestinanti" con un affettuoso arrivederci.
Democrazia Km0 sta preparando i resoconti dell'incontro alle Piagge che pubblicheremo appena saranno pronti. E a proposito delle Piagge esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza a Don Alessandro.
martedì 15 settembre 2009
Cosaperchi
Brucando nella stampa della scorsa settimana ho notato in particolare due pezzi quello di Giovanni Laino sul centro storico e quello del Denaro sulla spesa per sostegni al reddito in Campania. Si leggono entrambi molto velocemente. Direi purtroppo, perche entrambe le questioni, solo in apparenza tra loro slegate, meriterebbero molto più spazio e approfondimento.
Al centro dell'attenzione ci sono le questioni sociali della emarginazione, della povertà e della disoccupazione nella nostra città e nella nostra regione. Giovanni affronta il problema della progettualità degli interventi pubblici locali di riqualificazione urbana mettendo in evidenza la necessità che in questi interventi si parta e si arrivi con idee e pratiche di politica sociale, con un'azione educativa, inclusiva, assistenziale, partecipativa, civica e solidale rivolta alla popolazione dei luoghi. L'assessore regionale al lavoro presenta invece il quadro dell'ammontare degli interventi con cui si assistono le persone in difficoltà sul mercato del lavoro con misure di sostegno al reddito e di spinta-aiuto all'inserimento. Il riferimento che l'assessore fa al fatto che gli interventi assistenziali siano necessari ma non sufficienti in assenza di sviluppo economico industriale e occupazionale fa il paio con quanto sostiene Giovanni a proposito degli interventi sui manufatti senza interventi sui bisogni di persone, nuclei familiari, strutture sociali, botteghe, servizi, mercati ecc.. Ed appare evidente che da un lato si continuerà solo a intervenire sui manufatti del territorio, dall'altro nulla avranno a che vedere i disoccupati assistiti di oggi con il manufacturing di domani.
Nel mentre il nostro centro storico è sempre più invivibile socialmente, dominato dall'adattamento ai bisogni materiali primari inadeguatamente soddisfatti. Nel mentre il fatto più eclatante del nostro mercato del lavoro è che questo mercato si erode, perde quantità di occupati e di disoccupati, soprattutto perde giovani e qualità (diplomati e laureati), insomma perde forza e centralità in termini di remuneratività del lavoro, capacità di produrre, composizione della struttura economica, forze di lavoro, giovani leve, alte professionalità.
Nel mentre, però, c'è anche Luciano Gallino che richiama l'attenzione sul nostro welfare disastrato e propone essenzialmente alle forze politiche e sindacali "democratiche" di guardare ad un sistema radicalmente diverso di contrasto alla povertà e alla disoccupazione: il reddito di base. Gallino ne parla come di un atto dovuto ( suggeriremmo "reddito dovuto" visto che la prima difficoltà che traspare è proprio di definizione) rovesciando completamente il pensiero liberare e le moderne teorie sul welfare della reciprocità, degli atti dovuti da parte di chi è assistito. Ed è questo il punto più interessante del suo discorso. Può essere questa idea il filo con cui ricucire le progettualità divise di cui parla Giovanni e le realtà frantumate che l'assessore palesa? Quello che mi sembra soprattutto interessante è l'invito a confrontarsi su questo tema.
Dirò cosa penso molto brevemente. Sicurezza economica come atto dovuto è un'idea che condivido sotto ogni punto di vista, dal filosofico all'esistenziale (mi potrei persino licenziare finalmente). Tutto sommato è l'idea del comunismo (dove però mai mi sarei potuta licenziare), di un comunismo evoluzionista, che senza negare il mercato tende a dare centralità alla cittadinanza, alla politica e al pubblico, alla questione sociale. E' giusto? si secondo me è giusto. E' fattibile? Concordo con l'analisi di Gallino secondo cui si trattarebbe di un sistema alternativo a quello attuale non certo poco oneroso per la fiscalità e le contribuzioni e pieno di ingiustiozie e di inefficienze. Dunque probabilmente è fattibile, ma la cosa è da verificare.
lunedì 27 luglio 2009
Il libro dei bianchi/2

Torniamo sull'argomento Libro bianco sul Welfare, di cui abbiamo già scritto e ospitato opinioni e commenti (li trovate partendo da qui), con questo pezzo dalla rivista "Il seme sotto la neve"
Arrangiatevi, è il welfare all’italiana
di Giovanni B. Sgritta
“La vita buona nella società attiva”, così si chiama il “Libro Verde” sul modello sociale italiano elaborato dal Governo. Il messaggio è sempre lo stesso: l’individuo e la famiglia contino (solo) su se stessi....
giovedì 30 aprile 2009
Appunto sui dati istat sulle forze di lavoro (medie 2008) pubblicati in questi giorni
La situazione determinata dall’andamento del mercato del lavoro non segnala solo che vi è stato uno shock nel 2008, ma che vi è un lento e costante deteriorarsi della struttura del mercato del lavoro, un processo di sgretolamento e di impoverimento iniziato dal 2005 e aggravato dalla crisi dei rifiuti e dalla crisi economica che sta attraversando l’intero Paese.
Il lavoro strutturato, regolare, stabile tende a ridursi sempre di più, il che lascia intendere che cresca la povertà e la marginalità sociale, che si riducano anche i margini di ripiegamento nel lavoro marginale, nascosto, precario. La condizione sociale della popolazione arretra sul piano dell’accesso alle tutele e dell’accesso agli aiuti per l’occupazione e per la disoccupazione, nonostante che, per effetto della crisi e delle eccedenze di manodopera industriale, il ricorso ai sussidi e alle integrazioni ai redditi di disoccupati e cassintegrati, insomma la spesa per i senza lavoro, aumenti considerevolmente. Più assistito ma anche più povero e debole, dunque il mercato del lavoro in Campania annaspa e costa finanziariamente e socialmente.
.In questo quadro non è più sopportabile che il lavoro e il reddito si producano e circolino nella illegalità, non è più sopportabile che le risorse pubbliche destinate alla politica del lavoro si sprechino nell’assistenza formativa, nel “formare all’assistenza”, non è più sopportabile che si tratti la popolazione esclusa dal lavoro e quella che sta perdendo lavoro come un serbatoio povero, subalterno e inutile, di clientelismo e paternalismo punitivo. Prima che la situazione degeneri in una rottura della convivenza civile appare necessario e urgente intervenire con forza nel contrastare l’illegalità che colpisce il lavoro, nel porre la popolazione al riparo dal rischio di povertà, e del ricatto della povertà, nell’attivare ogni risorsa per la creazione, la regolarizzazione e l’emersione di vero lavoro, di lavoro che risponda ai bisogni della popolazione e che produca per il mercato, per le infrastrutture civili e sociali, per il sistema di welfare.
Da Napoli e dal Mezzogiorno un programma elettorale non può che porsi, a mio avviso, come obiettivo di giustizia sociale e di crescita equilibrata, un patto sociale per la legalità, per il riconoscimento di una base di reddito che risponda in modo universalistico, trasparente e dignitoso all’insicurezza del primo lavoro, della perdita di lavoro e della povertà, per l’investimento nella produzione sociale ed economica del lavoro, un patto nel quale possa valere la pena anche sacrificarsi ancora, anche soffrire lo sfruttamento e il disagio economico legati al lavoro, un patto dai costi economici e sociali anche molto elevati che tuttavia appare come l’unica strada per prevenire e ridurre i costi futuri e molto più elevati di una comunità fatta a pezzi nelle sue basi economiche e sociali.
domenica 9 novembre 2008
Reddito di cittadinanza: una scelta di strategia, una scelta di parte
di Giacomo Smarrazzo
Un misura che, almeno nelle intenzioni, ambiva ad affondare il tema della povertà in maniera articolata e multidimensionale, partendo cioè dalla consapevolezza, che la marginalità e l’esclusione sono prodotti dell'interazione negativa e la concomitanza di più situazioni e fattori insieme. Il tentativo, questo si fallito, era quello di avviare la costruzione di un sistema di politiche che ruotasse intorno alla presa in carico delle persone dei nuclei familiari, intervenendo con l’elargizione monetaria, con lo scopo di equilibrare - o sarebbe meglio dire ridurre – gli scompensi economici, edificando al contempo un sistema complesso in grado di organizzare risposte flessibili, articolate ed integrate: misure di accompagnamento che in realtà, anche quando realizzate, non sono mai state realmente parte di un significativo impianto integrato e coordinato di interventi. Continua...
L'immagine è tratta dal sito che, al tempo, la regione Campania utilizzò per presentare il reddito di cittadinanza
martedì 4 novembre 2008
Il corpo e l'anima
Il giorno dopo il corpo e l'anima che ieri davamo per dispersi, a proposito dei commenti sui ragazzini feriti, finalmente si sentono, almeno nel pezzo di D'Avanzo su 'Gli scugnizzi perduti di Camorra City'. E non solo nel punto che cita Daniela su Decidiamoinsieme (con il commento di Salvatore davvero apprezzabile), ma anche quando si parla del loro parlare:
Non è facile ascoltare (e tradurre) O' Chicco. Riesce a dire soltanto poche parole alla volta, impastate tra di loro. Mai più di quattro, cinque. Non completa mai un concetto. Lascia tutte le frasi sospese per aria, spesso incomprensibili (...) Il fatto è che O' Chicco è disabituato a parlare, a organizzare un discorso coerente e logico. Salta di palo in frasca. Dice quel che gli viene in mente. Pensa per immagini sconnesse a cui non sa dare ordine e in modo sconnesso e caotico te le propone. Sta a te metterle in ordine, se ne hai voglia e puoi farlo.
Ecco, se uno non sa parlare è perchè gli è mancato tutto, e potremmo anche chiederci se quel tutto, per caso, non siamo noi, con le nostre occasioni spese male e il nostro futuro praticamente finito. Continua...
sv
giovedì 23 ottobre 2008
A che punto siamo
Persone, comunità e differenze a 30 anni dalla Legge Basaglia
Intervengono: Paolo Berdini (Urbanista), Chiara Sasso (Giornalista. Cittadina della Val di Susa), Tonio Dell’Olio (Ass. Libera). Coordina: Andrea Morniroli.
a proposito del welfare, pare proprio che sia un lusso
Il welfare non è un lusso, si chiama così quell'insieme di rivendicazioni e di proteste, a volte disperate, che gli operatori sociali di napoli hanno dovuto attivare, unendo le forze, per scuotere il Comune, precipitato in una nuvola di insensibilità che si fa fatica a comprendere in una città come la nostra, e dalla quale non si sa come ripararsi. Sembra invece che il welfare debba essere proprio e volutamente un lusso, debba essere concepito proprio così, come traspare dalle intenzioni del Governo: un lusso affidato al benessere, all'attivismo, alla sussidiarietà a gratis, insomma alla carità, preferibilmente cristiana. Non abbiamo avuto ancora il piacere di leggere il Libro Verde "La vita buona nella società attiva” sul modello sociale italiano, elaborato dal Ministrero del Welfare. C'è però un interessante commento dal titolo "Arrangiatevi, è il welfare all’italiana" di Giovanni B. Sgritta sul sito-rivista "Il seme sotto la neve" che a dir poco preoccupa...
un grazie a Paola per la segnalazione
lunedì 28 gennaio 2008
Il 31 gennaio Luciano Gallino parlerà a Napoli sul tema “Il lavoro non è merce”
Invito
Un tema destinato a suscitare nell’immediato reazioni sentimentali di speranza o di disillusione, prima e più che reazioni ragionate di analisi e di valutazione. Come se dinanzi a questo valore universale non si potesse praticare nulla di concreto e di incisivamente coerente. Come se ci fosse un vuoto di elaborazione teorica e di spazio di azione destinato a generare, nell’ambito della critica e dell’agire politico, solo le urla straziate sulle morti e sugli infortuni, solo le sterili opposizioni alle leggi di Treu e di Maroni sulle flessibilità, e, qui da noi, solo l’antico rapporto utilitaristico con le liste dei disoccupati organizzati,.
Ed invece qualche ragionamento sulle politiche e sulle pratiche del lavoro va fatto tenendo come prospettiva il significato del Cantiere e tenendo presenti le parole che il cantiere ci propone come scelta e come chiavi di lettura.
Il documento-appello per Un patto sulla produttività e la crescita, proposto nel settembre 2006 da studiosi dell’economia e del lavoro, richiamava l’attenzione sulla centralità dei processi innovativi e, in essi, della organizzazione del lavoro, e individuava come nodi strategici per lo sviluppo le ‘Nuove pratiche di lavoro ad alta performance(NPL)” ua sorta di “toyotismo” dal volto “democratico” ::
“L’introduzione delle cosiddette NPL avviene attraverso la riorganizzazione dei luoghi di lavoro, che si concretizza in una serie di cambiamenti tanto nel capitale fisico (investimenti in nuove tecnologie, ICT) quanto in quello organizzativo (organizzazione per processi piuttosto che per funzioni, riduzione dei livelli gerarchici e generale processo di decentramento dei poteri verso i livelli medio-bassi: maggior coinvolgimento dei singoli lavoratori e dei rappresentanti sindacali, lavoro di squadra, aumento della responsabilità e della conseguente discrezionalità a livello medio-basso, formazione di tipo cognitivo e relazionale, incentivi legati all’apprendimento)”.
Nel linguaggio specialistico del documento si possono cogliere parole ben note e radici di civiltà (relazioni cooperative, responsabilità, discrezionalità, comunità di pratica, conoscenze tacite) e di scenari che comunemente si praticano, e praticano, in particolare, soprattutto le donne. Anche per questo ho avvertito nel documento un segnale di scelte innovative intellettualmente e politicamente stimolanti e potenzialmente condivisibili.
Le qualità che fanno “alte” le performance di lavoro, ma anche le performance sempre più elevate che sono richieste per ben consumare, ben utilizzare i servizi, per interloquire con la pubblica amministrazione, ben comportarsi, ben-essere attivi, responsabili, autonomi e consapevoli, sono considerate, nell’ottica del mercato, come essenziali; ma sono unilateralmente richieste alle persone, e sono sistematicamente isolate dall’idea della persona, e delle civiltà di persone che queste qualità le producono e le riproducono.
L’attenzione del dibattito politico, nel nostro arroccato Paese, ristagna nei marasmi delle dispute ideologico-tecnicistiche, sulla flessibilità da eliminare e quella da salvare, e quella da aggiungere nel mercato del lavoro. Il dibattito sul welfare, definito l’accordo sulle pensioni, si è spostato verso la riforma del mercato del lavoro e la riforma degli ammortizzatori sociali. La accorta separazione di queste materie in tre fatti distinti, concettualmente e cronologicamente separati, non fa giustizia del loro destino inesorabilmente congiunto, che non a caso le vede tutte da almeno venti anni in perpetua “ri-formazione”. Allo stesso tempo, l’impropria riduzione delle politiche di welfare ai temi delle pensioni, del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali non rende ragione di un valore più ampio e più alto che il sistema di welfare dovrebbe rappresentare e che riguarda i diritti fondamentali e il benessere di tutti, e dunque le politiche della salute, della assistenza, della istruzione, della casa. Separate, le questioni vitali per il benessere e la sopravvivenza dei più sono sempre in ballo e sempre in bilico e “fanno” la politica dall’alto, dall’alto del potere di vita, o non vita, e che vita, sui più.
Il quadro d’insieme delle politiche del lavoro e delle politiche di welfare mostra, nel frattempo, in Italia nuove e crescenti debolezze.
Esiste un modello di organizzazione e di regolamentazione delle politiche sociali che con la legge “368” sembrava ben concepito e che le autonomie locali si sono sforzate di mettere in pratica. Ma le politiche sociali scontano nel nostro paese una inadeguatezza di risorse finanziarie pubbliche (che si accompagna ad una pressoché completa assenza di strumenti che favoriscano altre forme di finanziamento solidaristiche o privatistiche incentivate) e scontano una dipendenza dalle politiche di previdenza e assistenza legate al mercato del lavoro. Il welfare della cura, dell’assistenza, dell’istruzione, della salute, dell’abitare, è costretto nell’angolo di compatibilità economiche insostenibili e spinge i più deboli nella sofferenza e nella marginalità, nell’angolo di una esclusione che fa di un disagio materiale, di una famiglia spezzata, di una vita segnata da un handicap, di una infanzia e di una terza età in solitudine, di un lavoro in nero, di un incidente sul lavoro in nero, una moltitudine isolata di percorsi senza uscita verso l’abbandono.
L’ancoraggio del welfare al lavoro, che divide tuttora i diritti di cittadinanza in diritti ascritti agli occupati stabili e diritti residuali ai cittadini in difficoltà, è sempre più instabile. Il lavoro, a sua volta, disancora dal prototipo della stabilità e decade nei livelli retributivi, nel rischio disoccupazione, nell’alea della precarietà. Il lavoro vive un processo di ri-mercificazione considerato ineluttabile per la crescita della competitività e dell’occupazione; ma lo vive senza mercato, in un sistema di mercato e di impresa che non muta sostanzialmente nella sua arretratezza, e dunque senza vedere crescere né la competitività, né l’occupazione. Il mercato del lavoro non ha più un modello di organizzazione e di regolamentazione riconoscibile e cresce in esso, con netta prevalenza, l’occupazione non stabile senza adeguati strumenti di inclusione dei lavoratori non stabili nel welfare del lavoro.
Non è con una politica che si fa garante delle compatibilità economiche, prima, o piuttosto, che dei diritti fondamentali, che si affronta il nodo della ri-mercificazione del lavoro e di una ri-mercificazione “senza mercato”. Senza occuparsi di premiare il lavoro, dargli fiducia, sostenere il contraente debole nella sua capacità e volontà di rappresentarsi come una forza che con dignità e pieno diritto si sente protagonista della produzione. E tutto questo, ahimè non si ottiene neanche dando una sterile e mistificante enfasi alle politiche della formazione e dell’empowerment, mentre diminuiscono i salari reali, aumenta la precarietà del lavoro, diminuiscono i tassi di attività, rallenta la crescita della occupazione, si ignora qualsiasi voce in materia di organizzazione del lavoro o in materia di investimento nel welfare.
In questi venti anni di flessibilità e di deregolazione del mercato del lavoro non è mai capitato che i lavoratori dipendenti italiani si sentissero un po’ meglio, nemmeno quelli più sindacalizzati, e tantomeno quelli indicati come vittime della rigidità sindacale. Questo perenne essere in punizione dei lavoratori dipendenti non sembra aver premiato il paese, il suo sviluppo, la sua competitività.
L’agire politico verso la de-mercificazione del lavoro dovrebbe investire dunque in modo armonico le questioni dello sviluppo, del lavoro e della cittadinanza e del benessere.
In questa cornice occorre tenere ben presente che, nello specifico, la regolamentazione del lavoro avviene con una strumentazione articolata e complessa dei livelli decisionali, legislativo, governativo (politichedellavoro) e contrattale, e dei livelli di gestione amministrativa, applicativa e valutativa. Discutere solo di flessibilità e di leggi in questa cornice non basta e non serve a risolvere, specie nella nostra ottica di partecipazione e di cittadinanza attiva.
Può servire una ventata di iniziative che insista sul tema delle Nuove pratiche di lavoro ad alta performance, dove per performance si intendano innanzitutto le qualità sociali, con una ripresa di attenzione al rafforzamento, sotto il profilo legislativo, dello statuto dei lavoratori rispetto ai nuovi modi di lavorare, della contrattazione decentrata rispetto alle nuove forme di partecipazione e di rappresentanza, della gestione amministrativa e del suo decentramento rispetto alle funzioni di controllo e di servizio nel territorio, e con una ripresa di mobilitazione, di inchiesta, di relazioni, di informazione, sulla organizzazione del lavoro e sulle condizioni materiali del lavoro che si presentano oggi in Italia.
E l’ascolto e il contributo di Luciano Gallino in questa chiave è assolutamente utile.
Susi Veneziano
martedì 22 gennaio 2008
La povertà a Napoli: la realtà, la retorica, i (carenti) rimedi
di Enrica Morlicchio e Enrico Pugliese
(da: Il seme sotto la neve, n.2, 2007)
Se si considerano alcuni indicatori ormai ampiamente usati a livello europeo per lo studio della povertà quali la difficoltà di acquistare generi alimentari, di pagare le bollette o di affrontare una spesa imprevista, si osserva come una quota elevata di famiglie napoletane ha una capacità di risparmio molto limitata e non riesce a soddisfare bisogni essenziali. Rispetto alle principali città italiane Napoli presenta la più alta incidenza di disagio alimentare, difficoltà di sostenere spese per la casa (incluso il pagamento delle bollette) e di coprire il costo delle spese mediche.
Il profilo della povertà a Napoli comunque non si discosta in maniera rilevante da quello della Campania e del Mezzogiorno se non per una maggiore concentrazione territoriale dovuta anche alla maggiore densità demografica dell’area. In particolare il carattere metropolitano di Napoli fa emergere alcuni tipi familiari maggiormente a rischio che sono meno presenti nelle aree rurali o nei centri minori della Campania. Tra questi vi sono le famiglia numerose cosiddette “complesse” in quanto costituite da più nuclei coabitanti. Si tratta tra l’altro di un tipo di famiglia povera che pone particolari problemi sul piano delle politiche sociali sia per ciò riguarda l’assegnazione di alloggi popolari (per le difficoltà di individuare i singoli nuclei che la compongono), sia per quel riguarda l’accesso ai servizi e alle misure di accompagnamento personalizzate, sia infine per la valutazione dell’impatto delle politiche stesse.
Rispetto invece agli aspetti che le classi sociali (e i quartieri) poveri mostrano in altre situazioni urbane europee (in particolare la riduzione dei legami sociali anche familiari e la capacità di resistenza rispetto ala disgregazione e alla deriva verso forme di devianza) a Napoli si possono notare degli elementi interessanti. Le famiglie povere napoletane potrebbero essere per molti versi collocate in una area che potremmo definire di “integrazione nella precarietà” caratterizzata dalla instabilità lavorativa e insieme da una tenuta complessiva dei legami familiari che consentono di compensare il deficit di integrazione sul mercato del lavoro. Questo carattere della povertà napoletana rende allo stesso tempo più facile e più difficile l’intervento sociale: più facile perché non siamo in presenza di una povertà “incarognita” ma di famiglie capaci ancora di mobilitare risorse interne rilevanti; più difficile perché trattandosi di una povertà intergenerazionale e non legata a caratteristiche personali o a eventi improvvisi quali il divorzio, la perdita temporanea di un lavoro, una malattia, è necessario assicurare una continuità dell’intervento negli anni per poter ottenere dei risultati.
Possiamo parlare nel caso della povertà a Napoli di una situazione di sottoequilibrio che si è andata determinando a livello informale (con uno scarso apporto delle risorse pubbliche) che ha fino ad oggi in qualche modo evitato forme di grave isolamento o di conflitto sociale come quelle che caratterizzano altre realtà metropolitane, pur non prevenendo situazioni di degrado e di forte incertezza sul piano della sicurezza sociale. In questo quadro un ruolo essenziale è stato svolto dalla tenuta della famiglia che si esprime in forme di mutuo aiuto fino alla coabitazione multigenerazionale. Tuttavia sarebbe del tutto fuorviante considerare il familismo coatto basato sulla coabitazione come un aspetto del modello napoletano di sopravvivenza, soffermandosi soltanto sugli elementi più tradizionali e folcloristici. Come dimostra una ricerca recente condotta da Gambardella e Morlicchio, essa appare al contrario una strategia coerente di combinazione di risorse scarse che si dipana lungo un orizzonte temporale per lo più di breve periodo per la precarietà delle entrate e la difficoltà di intravedere un cambiamento.
In questo contesto di diffusa precarietà e incertezza le donne – in specie le donne adulte - si confermano l’”anello forte” Nella già citata ricerca sulle famiglie complesse a Napoli risulta con tutta evidenza infatti come sono le donne i soggetti cui è demandato il compito di gestire il denaro in modo oculato, ad essere impegnate nelle varie attività domestiche e di cura, e sono ancora le donne quelle che scambiano denaro con altre donne all’interno e all’esterno della famiglia. Questa centralità femminile nelle strategie familiari non è senza conseguenze: per le donne che si trovano al centro di questa complessa organizzazione familiare rivestire il ruolo di “anello forte” significa rischiare di rimanere schiacciate da lavoro e responsabilità familiari, alle quali si aggiunge in alcuni casi il peso dello svolgimento di una attività lavorativa retribuita, quasi sempre irregolare (pulizia delle scale dei palazzi, estetista o parrucchiera a domicilio, assistenza anziani o bambini).
Insomma l’immagine di famiglia povera che emerge dalla ricerca citata contraddice in modo evidente la rappresentazione di una città in cui sono fortemente presenti microcriminalità e devianza tra gli strati più precari del proletariato. Anche se il carattere dell’indagine potrebbe aver portato a non vedere a sufficienza questo aspetto, ci sembra di poter sostenere con un certo fondamento che le famiglie intervistate sono nel complesso del tutto estranee ai circuiti di produzione illegale del reddito. Il restringimento dell’orizzonte di vita e dello spazio vitale determinato dalla condizione di deprivazione economica e culturale nella quale vivono potrebbe portare tuttavia a situazioni di esclusione sociale. Non è difficile immaginare che alcuni dei bambini incontrati nel corso della ricerca possano, divenuti adolescenti, imboccare un percorso con sbocco nella devianza. Dalla ricerca emergono tuttavia anche spinte in direzione opposta. Più di una intervistata ha espresso infatti un desiderio di cambiamento e di riscatto non ancora frustrato dalla condizione di povertà e di coabitazione e l’impegno nella cura dei minori testimonia della volontà di sottrarre i più piccoli a ciò che appare un vero e proprio destino sociale. Inoltre benché anche a Napoli, in alcuni quartieri o settori di essi, si registrino forme di concentrazione territoriale della povertà interna alla città, l’assenza di condizioni di isolamento sociale come quelle che colpiscono molti anziani nella grandi città del Nord d’Italia, di modalità di insediamento degli immigrati ghettizzanti, la persistenza di valori di tipo solidaristico grazie ai quali si attenua il disagio culturale e psicologico causato dal fatto di vivere al di sotto degli standard sociali vigenti rappresentano tutti elementi in grado di attenuare i rischi di disgregazione sociale e di evitare in molti casi la formazione di quegli effetti di concentrazione ai quali solitamente si fa riferimento.
Le famiglie povere napoletane tuttavia sono continuamente sottoposte a tentativi di stigmatizzazione che sono attualmente in atto nei confronti dei soggetti più vulnerabili, anche quando essi sono estranei all’area della devianza. L’esempio più chiaro è quello del quartiere Scampia, nella periferia Nord di Napoli, i cui abitanti sono nella loro totalità identificati come appartenenti “classi pericolose” anche quando con grande sforzo personale cercano di resistere al degrado che li circonda e alle forme di limitazione della libertà personale cui sono soggetti (interdizione di alcune zone durante le operazioni di scarico delle armi e della cocaina; obbligo di non portare il casco in modo da poter essere riconosciuti come abitanti del quartiere e non come potenziali killer, la segregazione in casa dei bambini per tenerli lontani dai pericoli della strada e via di seguito). La cattiva immagine di Scampia, la pericolosità sociale che viene attribuita – a torto o a ragione – ai suoi abitanti si riflette sulle loro condizioni sociali e sulle prospettive anche sul piano dell’accesso al lavoro, finanche quando si tratta di occupazioni dequalificate (come ad esempio quello della pulizia di case e palazzi). La discriminazione riguarda anche altri ambiti come la scuola poiché ad esempio alcune istituti superiori rifiutano la pre-iscrizione di ragazzi provenienti dalle scuole medie di Scampia. Il radicamento della criminalità organizzata non rappresenta però soltanto una fonte – sia pure illecita – di guadagno, ma più frequentemente costituisce un notevole ostacolo per lo svolgimento di una qualsiasi attività. Infatti rapine, estorsioni e ricatti di vario genere scoraggiano qualsiasi imprenditore, piccolo o grande, dall’investire. Ciò non costituisce un problema soltanto di Scampia ma della intera città e area metropolitana di Napoli.
Per concludere è opportuno qualche riferimento alle esperienze di intervento per contrastare la povertà, che sono state insufficienti rispetto alla portata del fenomeno. Sia per difficoltà oggettive sia per la scarsa volontà gli interventi hanno avuto una portata limitata sia nel tempo che nell’entità dei benefici. E questo è particolarmente grave, tanto più che le caratteristiche sociali e culturali della popolazione povera a Napoli potrebbero rappresentare un indubbio aspetto positivo non a sufficienza valorizzato dalle politiche sociali locali, in parte anche a causa del loro carattere discontinuo e poco integrato e delle difficoltà di finanziamento. A suo tempo la sperimentazione del RMI su scala nazionale a Napoli aveva se non altro suggerito una possibilità di cambiamento, creando aspettative frustrate dalla immotivata e improvvisa conclusione di quella esperienza. Un aspetto rilevante di quella breve stagione di politiche di inclusione sociale è stato quello di avere non solo consentito ad alcune di queste famiglie di uscire da una situazione di povertà grave, mediante il recupero della scolarità, il rientro da situazioni di morosità o di irregolarità di altro tipo, l’orientamento professionale, ma anche di avere arricchito la rete personale di legami “deboli” in grado di fare uscire queste famiglie dal contesto segregante del quartiere e dalla situazione di deprivazione culturale in cui vivono, trasformando le risorse di solidarietà di cui esse ancora dispongono in un vero e proprio capitale sociale. Come è noto questo intervento fu cancellato dal governo Berlusconi, appena insediato, che contestualmente rinnovò la composizione della Commissione di indagine sulla esclusione sociale, che in un recente convegno a Napoli ha potuto festeggiare gli effetti delle politiche governative in termini di incremento della povertà a Napoli.
Rispetto invece all’intervento attualmente in corso di reddito di cittadinanza, deciso con propri fondi dalla Regione, non si può non sottolineare la portata forzatamente modesta. Nella intera regione sono state presentate complessivamente 146.753 domande, di cui 34.766 relative alla sola città di Napoli. Riguardo a queste ultime 6.194, pari al 17,8% del totale, sono state respinte in quanto i soggetti richiedenti erano privi dei requisiti richiesti. Ciò fa scendere il numero dei richiedenti a 28.572. Di questi solo 3.469, pari al 13,3% dei richiedenti che hanno passato la selezione, ha avuto accesso alla misura. In sintesi si può dire che in questo caso specifico la domanda soddisfatta corrisponde a poco meno del 10% della domanda effettiva o espressa la quale a sua volta costituisce solo una quota della domanda potenziale o latente rappresentata da coloro che, pur in condizione di povertà grave, non hanno fatto richiesta del RdC.
Detto questo, va ricordato che all’origine della povertà a Napoli e nella regione stanno soprattutto ed essenzialmente problemi occupazionali legati allo scarso sviluppo produttivo seguito alla ormai avvenuta fase di deindustrializzazione. Alle possibilità occupazionali cancellate non si sono sostituite possibilità occupazionali nuove per effetto di una carente politica di sviluppo. Insomma la città è stata vittima negli ultimi decenni e in particolare nella prima metà degli anni Duemila di un assoluto disimpegno sia sul piano economico che sul piano delle politiche sociali. Ed è su entrambi i fronti che è possibile combattere la povertà.
In assenza di tutto ciò alle famiglie napoletane non resta che il ricorso ad una risposta adattiva come quella della coabitazione alla quale abbiamo fatto prima cenno. Quest’ultima, anche se nel breve termine riesce a tamponare il divario tra risorse e bisogni, nel lungo periodo non rappresenta una soluzione valida, finendo con lo spalmare il rischio di povertà grave su di un numero ancora più alto di persone e di trasmetterlo da una generazione all’altra.


