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mercoledì 3 marzo 2010

due appuntamenti



domani, 4 marzo ore 17,30 al
Caffe Letterario Intra Moenia
piazza Bellini 70 Napoli
presentazione del libro
Campania dal disordine al possibile


 
e poi, in agenda per Marzo
PICCOLA RASSEGNA CLANDESTINA
a cura di Altromodo Flegreo e Cantierisociali Napoli

Marzo migrante all'Artgarage
P.co Bognar 21 Pozzuoli

Venerdì 12  ore 21.00
COME UN UOMO SULLA TERRA
Un film di Andrea SEGRE , Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene
che ha rotto il silenzio sugli accordi ITALIA - LIBIA e ha svelato le
terribili violenze subite dai migranti arrestati e respinti in LIBIA
Venerdì 19  ore 21.00
IN BETWEEN
NOVE SGUARDI SULLA SCENA EUROPEA
Un documentario di Di A. Diaco E. Teodorani H. Morango P.Mota Santos
Ricerca sulle seconde generazioni di migranti inEuropa
Venerdì 26 ore 19.00
TRASITE, FAVORITE
Presentazione del Libro di Chiara Sasso
Grandi storie di piccoli paesi, Riace e gli altri.

venerdì 27 giugno 2008

Un ricordo

Un ricordo di Fabrizia Ramondino
di Enrico Pugliese
("Il Manifesto", 25 giugno 2008)

Molti altri sui giornali ricorderanno Fabrizia Ramondino come scrittrice, una delle più grandi nell'Italia di oggi, e come autrice impegnata socialmente, così come tutti sottolineeranno il continuo riferimento a Napoli della sua poesia e della sua prosa. In questo mio ricordo, invece, parlerò di lei come una compagna e come l'amica al centro di un larghissimo gruppo di persone di ogni generazione, di ogni provenienza sociale e di ogni mestiere, soprattutto, ma non solo, napoletane: personaggi che a volte - scomposti, mescolati e ricomposti - rientravano nei suoi libri, soprattutto quelli proletari, non a caso i più amati. Penso a Mario, pescatore e barcaiolo di Laurito, al quale dedicò una delle più belle poesie in Per un sentiero chiaro o a Giovanni di Arcangelo. Di ciascuno Fabrizia voleva sapere la storia antica e recente, voleva sentire di genitori e figli, di amici, coniugi e amanti e, quando eravamo giovani, soprattutto di fidanzati e fidanzate. Ma era nella sua natura che ogni rapporto di puro affetto avesse sempre un versante di scambio intellettuale, soprattutto con quelli che non erano intellettuali di mestiere. Non si può negare che ci fosse, in Fabrizia Ramondino, una vena di populismo, corrispondente peraltro, alla sua provenienza aristocratica; ma si trovava anche sempre, in lei, una forte solidarietà umana, condita da un pizzico di ironia. Forse anche da questi rapporti traeva il suo atteggiamento scanzonato nei confronti del potere, dei potenti, degli accademici, degli intellettuali illustri, di chiunque avesse un qualche motivo per darsi delle arie. E il suo non era certo un residuo sessantottino. Irridere al potere è qualcosa che accomunava tutti i suoi interventi sociali e politici, da quando negli anni '50 discuteva di controllo delle nascite e di diritti delle donne con le braccianti di Giugliano (mentre le donne più anziane tenevano gli uomini fuori dalla porta). A quell'epoca Fabrizia era militante del Psi, e anche di recente amava definirsi socialista e anarchica; lo riaffermò non molto tempo fa proprio sul manifesto a proposito dei fatti di Napoli, sottolineando che l'anarchia non è costituita solo di opposizione alla politica dirigistica ma anche e soprattutto di partecipazione. C'era poi un'altra peculiarità di Fabrizia che consisteva nell'andare contro le pratiche correnti, magari anticipando discorsi e forme di intervento che poi sarebbero diventati di moda: il suo stesso impegno con i bambini poveri dei quartieri di Napoli, tra la fine degli anni '50 e la prima metà degli anni '60 esprimeva la sua tendenza a fare politica in un modo diverso; perchéc'era davvero qualcosa di nuovo nell'idea di aprire un asilo per bambini poveri del quartiere San Lorenzo a Palazzo Marigliano a Napoli.

A quei bambini veniva insegnato in primo luogo, alla maniera di don Milani, l'importanza della parola, della scrittura e della cultura. Ma veniva consegnata loro anche una visione del futuro che contemplava sia la possibilità di un miglioramento sia una certa dose di realismo. Se dovessi scegliere un ricordo tra i tanti che ho di lei, me ne viene in mente uno di oltre trent'anni fa che è rimasto sempre nitido nella mia mente: non ha a che fare né con la scrittrice né con la militante, bensì con la persona dotata di una indomita volontà e con la sua incredibile capacità di lavoro, che conciliava così bene alla capacità di essere una madre affettuosa. Eravamo a Castrovillari, me la vedo ancora su un fianco, con in mano una matita per sottolineare il libro di Sebastiano Timpanaro, Sul materialismo storico. La mattina dopo saremmo andati in giro per riunioni, discussioni - e qualche litigio - come sempre.

mercoledì 25 giugno 2008

Napoli. l'immondizia del mondo

Il Manifesto 27/05/2008

Napoli. L'immondizia del mondo
Fabrizia Ramondino


Da quando ero bambina sotto i bombardamenti tedeschi, Napoli è stata sempre per me in stato di «emergenza» - basta leggere i libri di Domenico Rea sul dopoguerra. Che significa per me il verbo «emergere»? Questo: che quanto è nascosto, per esempio sotto i bei tappeti d'Italia e del mondo, qui, a Napoli, d'improvviso viene alla luce. L'immondizia napoletana altro non è che l'emergere di tutta l'immondizia prodotta nel mondo da un capitalismo sempre più selvaggio.
Un capitalismo che dietro l'immaterialità dominante della finanza, tende a occultare i produttori di beni agricoli, industriali o altri, trasformandoli sempre più in consumatori, questi sempre virtuali. Quanto all'attacco al campo rom a Ponticelli, che c'entri o no la camorra, esso è la manifestazione, questa volta ferocissima a Napoli, delle infinite e antiche guerre fra poveri; così come antico e noto è l'accanimento contro il capro espiatorio. Poco prima di morire, Brandel scrisse che Napoli è la porta dell'Oriente verso l'Occidente e viceversa, perciò la città ha attratto tanti turisti nordici in cerca di esotismi, perciò, se vedi in Tv le folle che protestano contro le discariche, esse somigliano tanto alle folle di Gaza, Beirut, Rio de Janeiro, delle banliues francesi o dei ghetti neri o latinoamericani negli Usa. Brandel scrisse anche che dopo l'Unità d'Italia avrebbe auspicato che la capitale ne fosse Napoli, la città più popolosa e fra le più attive del tempo. Chissà, forse in quel caso la «questione meridionale» non si sarebbe posta.
Appena arrivata all'età della ragione sono diventata una socialista anarchica pragmatica, la mia tesi di laurea su P.J. Proudhon uscì su Volontà nel 1965 la rivista fondata da Giovanna Berneri, vedova di Camillo, ucciso dagli stalinisti durante la guerra di Spagna. E tale sono rimasta occupandomi per quanto potevo in prima persona di bambini, analfabeti, disoccupati, operai in lotta contro la dismissione delle fabbriche, donne che chiedevano lavoro, asili, anticoncezionali e - a volte - solo il pane; battendomi contro i politici di destra o di sinistra che fossero.
Ho condiviso così la perenne emergenza napoletana - i cui picchi sono stati l'eruzione del Vesuvio del '44, il colera del '73, al terremoto dell'80. Ma mi sembra che l'emergenza rifiuti acquisti una valenza simbolica particolare tanto in senso proprio che metaforico: si contrappone infatti a un mondo virtuale, quasi sempre mediatico, in cui il culto della bellezza dei corpi umani, della igiene ossessiva dieteca e medica, della pulizia etnica, tende a esorcizzare la sofferenza, la malattia, la morte, il contagio con il vicino. Sicché nell'immaginario collettivo, spesso inconscio, l'immondizia che sommerge Napoli assume la stessa valenza dell'eruzione del Vesuvio che ricoprì la bella e lussuosa Pompei dei ricchi e dei potenti del tempo. «Le ricette dei medici non servono, scrisse Kafka, la difficoltà risiede nei rapporti umani» E Kafka se ne intendeva, perché era stato assiduo frequentatore dei circoli anarchici di Praga, ma anche perché per circa 20 anni fu funzionario dell'Ispettorato boemo contro gli infortuni sul lavoro.

lunedì 5 maggio 2008

Ambiguità

di Giovanni Laino

Ambiguo è qualcosa che può prendersi in due o più sensi. Qualcuno o qualcosa di poco chiaro, che lascia dubbi. Aggiunto ad una persona suggerisce sospetto, segni di contraddizione fra la superficie e il contenuto.

Ma l’ambiguità è anche pluralità di sensi, che, generando fraintendimenti e malintesi, consente e sollecita il confronto sociale con buone dosi di dialogo e di conflitto. Alcuni hanno messo in rilievo l’arte di scrivere testi ambigui, capaci di raccogliere l’adesione di persone con posizioni distinte e separate.

Abbiamo molte occasioni per riflettere sulla rilevanza di questa categoria nelle nostre esistenze. Il libro “L’ambiguità” di Simona Argentieri, edito da Einaudi, ne mette in luce diverse.

Partendo da un forte ancoraggio disciplinare – di pratica e ricerca psicoanalitica – l’autrice che da anni si occupa del tema, testimonia di aver trovato la questione dell’ambiguità intesa come malafede in diversi ambiti: dall’educazione degli adolescenti, alle pratiche professionali, al senso civico con ampie zone di contraddizioni di tanti che criticano quello che fanno gli altri, realizzando poi pratiche non sempre ortodosse e coerenti. L’autrice osserva un particolare atteggiamento mentale subdolo e sfuggente, difficile da definire, che si può riconoscere come una tendenza a vasto raggio in crescita nelle nostre società. Un fenomeno psicologico al confine fra l’esperienza clinica e la vita, tra la patologia e l’etica che si può definire come “malafede.” Continua

venerdì 18 aprile 2008

Riprendimi, con cura



di Giovanni Laino*


Due sceneggiatrici, Anna Negri che è anche la regista e Giovanna Mori, in modo autoironico e sapienziale si immedesimano in due documentaristi – i più precari di tutto il racconto – che investono le poche risorse che hanno, per fare un film sul precariato, riprendendo la vita quotidiana di una coppia di cineasti che da poco hanno avuto un bambino.

Nel film Riprendimi il due, il duale, è uno schema molto utilizzato nei diversi modi di costruire e realizzare il testo. Della coppia che si separa, Lucia fa la montatrice: è brava nei tagli e nelle ricomposizioni delle scene di vita degli altri ma prova un lancinante dolore dovendo trattare quelli che riguardano la sua esistenza; fa fatica, ma ne esce, cercando con fiducia una qualche disciplina della vita, trovando l’uomo che con più cura la riprende. Giovanni fa l’attore e, un po’ per opportunismo, un po’ perché realmente attraversato dalla crisi, da irrequietezze interiori, si sente vagabondo. Non è privo di ambiguità e non a caso interpreta Pietro, quello che tradisce ma anch’egli prende coscienza: “non è colpa di nessuno” e, attraversando le onde fra anelito alla libertà e bisogno di sicurezza, continua a procreare. I due conservano tratti adolescenziali nel misurarsi con la crescita di un bambino e, anche a causa della precarietà, mostrano lacune nella maturazione affettiva.

Per seguirli in presa diretta quando si dividono, anche il cameraman e il fonico devono separarsi. Si ritrovano solo per consumare un panino o un trancio di pizza in auto e fare il punto di un progetto che va spesso in crisi. La dualità attiene anche alle due principali figure maschili: Giovanni uomo viziato dalle cattive abitudini e dall’egoismo che lo spinge ad anteporre la sua felicità ad ogni cosa e Eros, il cameraman, tenero e rispettoso.

Continua...

*Riprendimi, Film di Anna Negri, con Alba Rohrwacher, Marco Foschi


** Su La Repubblica Napoli del 13 aprile 2007




Il sito ufficiale del film

giovedì 28 febbraio 2008

L’arte sociale figlia di un “dio minore”

Vi invio il documento conclusivo del Gruppo di lavoro Cultura e Welfare
del Comune di Roma diramato da Saverio Galeota che credo sia
responsabile di una commissione consiliare di Roma e quindi parte in causa .
Oltre a qualche intonazione apologetica, mi sembra che contenga qualche
spunto interessante.
E se ne facessimo oggetto di un cantiere o comunque di una iniziativa?

Nino Lisi