Note a margine del “Manifesto del lavoro”, Libreria delle donne Milano
di Cristina Morini, Andrea Fumagalli
1/11/2009
(NDR su "Immagina che il lavoro" il documento pubblicato sulla rivista "Sottosopra" trovate notizie e riferimenti nella rubrica di Arcipelago Napoli "Oggi in Cantiere".)
Tra i cambiamenti che hanno segnato il passaggio dal capitalismo industriale-fordista a quello cognitivo-relazionale, un ruolo rilevante occupa il nuovo protagonismo femminile. Un vistoso processo di femminilizzazione del lavoro si è accompagnato alla marcata valorizzazione (in termini capitalistici) di quelle facoltà linguistico-relazionali, di attenzione e di cura che rappresentano un portato storico delle donne.
Nel corso dell’ultimo decennio le analisi sul tema sono state numerose, soprattutto all’interno della corrente di pensiero che si rifà all’esperienza dell’inchiesta di matrice operaista. Nella materialità delle esistenze al lavoro si rintraccia l’avvenuto superamento delle tradizionali dicotomie fordiste (produzione-riproduzione, tempo di lavoro-tempo di vita, lavoro manuale-lavoro intellettuale) e tutto ciò diviene il centro di nuove elaborazioni sulla composizione del lavoro vivo contemporaneo. L’abbattimento dei confini tra vita e lavoro, ovvero tra produzione e riproduzione, è oggi uno dei cardini su cui si fonda il meccanismo di valorizzazione (e quindi di sfruttamento) del capitalismo cognitivo-relazionale. Quest’ultimo si caratterizza per un’ambivalenza che va osservata in profondità. Nel momento in cui l’insieme delle facoltà umane (dal corpo al cervello passando per il cuore) divengono parte integrante del processo produttivo, si assiste anche a una crescente soggettivazione del lavoro, la cui percezione si moltiplica e si differenzia in modo esponenziale. Dietro la promessa salvifica dell’opportunità che individualità e “differenze” si possano esprimere in tutta la potenza creativa nell’atto del lavoro, si celano forme sofisticate di comando, di condizionamento sociale e gerarchico. Un lato oscuro su cui non è possibile sorvolare se si vuole evitare ogni sospetto di ideologismo. Un lato oscuro che può servire a spiegare anche i suicidi di France Télécom e la tristezza che, secondo inchieste recenti, sembrerebbe pervadere soprattutto le donne. La valorizzazione nel capitalismo cognitivo-relazionale, infatti, si manifesta tutta la sua efficacia proprio tramite un processo di espropriazione della cooperazione sociale, delle intelligenze e delle sensibilità coinvolte. E ciò diventa possibile perché le condizioni di ricattabilità a cui si è sottoposti nel mercato del lavoro sono sempre più marcate e violente. Il processo di precarizzazione strutturale del lavoro (che si trasforma in precarietà esistenziale) oltre alla divisione cognitiva e migrante del lavoro ne rappresentano i cardini principali. Continua...
venerdì 20 novembre 2009
Immagina che il reddito
mercoledì 18 novembre 2009
Ancora sulla legge regionale per il lavoro
Ad integrazione delle note già pubblicate, e in preparazione di un cantiere su questo argomento, proponiamo le conclusioni di un interessante saggio di Maria Cristina Cimaglia e Fabio Corbisiero* dal titolo "Occupare conviene. Incusione sociale e integrazione fra politiche del lavoro e politiche sociali nel caso della regione Campania", in Working Papers Nuovi Lavori, rivista quadrimestrale n. 1, anno I del 24 Novembre 2008. Il testo completo del saggio è qui. Anche chi non è proprio "radicale" come forse siamo noi dell'Arcipelago sembra pensarla molto simile a noi, e anche con chi non è priorio "radicale" come noi si può imparare, discutere, cambiare.
Conclusioni
Lo spaccato offerto dall’indagine qualitativa sul mercato del lavoro in Campania** ha posto in primo piano la debolezza di un sistema produttivo fondato sul perseguimento della competitività e sull’abbattimento del costi del lavoro, oltre che sulla diminuzione delle tutele dei lavoratori. Politiche del lavoro e politiche sociali basate su incentivi che non si misurano direttamente con i vincoli del mercato locale o calibrate su sistemi asintotici come il reddito di cittadinanza si sono dimostrate inefficaci. Un lavoro discontinuo e flessibile, con scarse garanzie e tutele – tra cui vanno annoverate anche quelle garantite dalla legge, ma difficilmente reclamate e reclamabili di fatto dai lavoratori – da cui si ricava un reddito insufficiente ad una vita dignitosa, non ha come effetto soltanto quello di aumentare la percezione del senso di precarietà del lavoro ma anche quello di frantumare, nelle sue fondamenta, il contratto sociale su cui si è eretta la società contemporanea. È il venir meno di quel senso di fiducia che è alla base del patto tra generazioni su cui si fonda la tutela pensionistica, del patto fra occupati e disoccupati che è alla base del nostro sistema di ammortizzatori sociali e tutele previdenziali, e ancora del patto fra popolazione attiva e persone temporaneamente o permanentemente non occupabili su cui si regge il sistema di assistenza sociale e, più in generale, è il venir meno del senso di fiducia tra il cittadino e lo Stato.Come ha mostrato l’evidenza empirica restituita in questo saggio, l’illegalità non si traduce per default in criminalità organizzata, ma può assumere tante sfaccettature che vanno dalla truffa malcelata (come nel caso dei part-timer che in realtà sono impiegati a tempo pieno) al lavoro sommerso e atipico a vita. Continua...
