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mercoledì 16 giugno 2010

D'accordo

doppio vincolo e paradosso
di Franco Berardi*

“Occorre dare vita all’Europa politica, occorre una capacità di decisione politica comune.” Questo è stato per molto tempo il ritornello di molti eurofili benintenzionati. Nei giorni della crisi greca intellettuali come Jurgen Habermas e Barbara Spinelli lo hanno rilanciato con toni drammatici. Mentre la cura neoliberista e la speculazione finanziaria producevano i loro effetti congiunti sull’economia dei paesi più deboli, l’unica salvezza sembrava poter venire da un salto in avanti nell’unità politica.Alla fine sembra di poter dire che gli eurofili sono stati accontentati. Infatti quel che di nuovo è venuto fuori dalla crisi di pprimavera è proprio questo: per la prima volta l’entità europea decide di agire in maniera politicamente coordinata. Peccato che l’unità politica europea si manifesti unicamente come affermazione di una maggior rigidità nell’applicazione delle norme monetariste che governano la vita dell’Unione.
La politica al posto di comando per affermare con decisione che solo la finanza è al posto di comando, e solo gli interessi della finanza contano per il ceto politico europeo. Dopo trent’anni durante i quali, in nome del principio universale di competitività, sono stati attaccati gli istituti dello stato sociale, la previdenza, le pensioni, la scuola pubblica, i trasporti pubblici, ecco che oggi l’unico obiettivo che appare chiaro ai decisori europei è riduzione ulteriore della spesa pubblica, taglio degli stipendi dei lavoratori pubblici, rinvio dell’età di pensionamento, e così. Nessun rispetto per i diritti acquisiti dai lavoratori, nessun rispetto per i bisogni della società. Del resto Thatcher aveva detto: alla parola “società” non corrisponde nulla, e quella affermazione comincia a diventare vera come una profezia che si auto realizza. La società sta in effetti scomparendo, per lasciar posto a una giungla nella quale tutti combattono contro tutti. Dopo la crisi greca le regole del dogmatismo monetarista della Banca Centrale sono irrigidite come se una maggiore dose di veleno potesse funzionare da antidoto. La stretta fiscale colpisce anzitutto la domanda, quindi approfondisce la recessione. L’unico risultato prevedibile è un’ulteriore concentrazione della ricchezza nelle mani della classe finanziaria e un ulteriore impoverimento dei lavoratori. (Continua...)

su Facebook 
8 giugno 2010
sulla sua pagina trovate anche un ampio dibattito

domenica 3 gennaio 2010

le provocazioni di alex




una lettera di alex zanotelli sul commercio equo e solidale
... e i commenti dei vertici dell'organizzazione.
L'anno comincia in modo interessante....

domenica 15 novembre 2009

Libertà/Sicurezza Eguaglianza/Parità Fratellanza/Network

La fratellanza dei network  (Il Mattino 15 novembre 2009)
Su sicurezza e parità una videoconferenza ad Avellino del teorico della società liquida

Zygmunt Bauman

Se oggi ci si guarda intorno si assiste ad assalti terroristici, alla globale emergenza terroristica, alle paure sul riscaldamento del pianeta, si temono le nuove malattie epidemiche contagiose. Se si considerano tutte queste cose insieme, si vedrà che le persone sono inclini a cedere gran parte della loro libertà per avere più sicurezza. Sicurezza è desiderio, sicurezza è ricchezza umana o di quelle compagnie commerciali che fanno un sacco di profitti, di politici che accumulano un sacco di capitale. Noi siamo pronti a essere d’accordo con loro seguendo la ricetta per dimetterci dalla libertà di scelta per sentirci più sicuri. Ora, la questione è l’eguaglianza, come probabilmente ben sappiamo, le differenze tra le persone che guadagnano molto e la persone che guadagnano poco, le persone al limite. La miseria sta crescendo, le differenze stanno crescendo. (...) L’idea di eguaglianza è stata sostituita dall’idea di Parità. Parità non significa eguaglianza materiale, eguaglianza di salario, eguaglianza di ricchezza. Al contrario le persone amano le differenze, amano vivere in stili diversi, non vogliono essere uniformate a chiunque altro. Ciò che vogliono, ciò per cui combattono è il riconoscimento del diritto a essere differenti, l’idea dei diritti umani al posto, in qualche modo, proprio in qualche modo, l’idea dell’uniformità del salario, l’uguaglianza del welfare e del diritto umano è concepita prevalentemente come il diritto a essere me stesso, il diritto a essere differente, il diritto a seguire la mia propria scelta di stile di vita. (...) Un altro elemento è la Fratellanza. La Fratellanza, come la Libertà, è una nozione ambivalente. È un aspetto meraviglioso, desiderabile, un aspetto che richiama i sentimenti, un certo grado di pietà, perché appartenere a una famiglia significa, da un lato, aumentare la sicurezza, ma dall’altro, è la limitazione della libertà. La tua identità è determinata dalla tua appartenenza, poiché tu sei nato qui e non lì, poiché tu vieni da un tale ambiente e non da un altro. Tu sei determinato già per la vita e il tuo spazio di manovra è limitato. Il Network, con cui l’idea di fratellanza è stata sostituita, è qualcos’altro. Qui l’identità non è determinata dall’appartenenza ma, al contrario, l’appartenenza è determinata dall’identità o dalle scelte. Io scelgo la cerchia a cui appartenere. La famiglia è un’entità oggettiva. Un marziano potrebbe guardarci da lassù e potrebbe oggettivamente descrivere chi appartiene a una determinata famiglia e chi non vi appartiene. Il Network è qualcos’altro. Continua...

sabato 14 novembre 2009

La truffa economica


2006
Prendete 1.300 professionisti appartenenti al settore dell’Information Technology (IT) e collocati in una società di ricerca e sviluppo, Olivetti Ricerca con sede a Pozzuoli, Napoli, istituita nel 1991 grazie a 100 miliardi di vecchie lire concessi all'ing. Carlo De Benedetti dallo Stato Italiano.
Prendete altri 300 professionisti dell'IT provenienti dalla sede italiana della società francese Bull, a cui erano appena stati versati dallo Stato Italiano degli incentivi per le dimissioni volontarie.
Prendete Eutelia, una società di telecomunicazioni con sede ad Arezzo e di proprietà della famiglia Landi che per UN euro rileva Getronics i cui libri contabili stavano per essere presentati in tribunale.
Ma chi é Eutelia? E' una società "spazzino" sorta dalle ceneri di Plug.it, sempre della famiglia Landi, nota soprattutto per i servizi telefonici cosiddetti "a valore aggiunto"; in pratica, i numeri a tariffazione maggiorata che gonfiano a dismisura la bolletta dell'utente ignaro e rimpinguano parecchio le tasche della società. La famiglia Landi, per dare vita a Eutelia, rileva Edisontel che assieme alle risorse umane le porta in dote i cavi telefonici. Edisontel dalla fusione con Plug.it si afferma con il logo di Eutelia. Continua...

venerdì 9 gennaio 2009

Dalla parte degli ultimi


dal Manifesto del 6 gennaio 2009

L'AMBIENTALISTA VANDANA SHIVA ESPONE LE SUE TESI
di Giuliano Battiston

Dalla connessione tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale, al nesso tra riduzionismo scientifico e rimozione di tutti i limiti etici allo sfruttamento della natura, fino al concetto di «malsviluppo»

I «poveri» sostiene Vandana Shiva, non sono coloro che sono «rimasti indietro» perché incapaci di giocare le regole del capitalismo, ma quelli che sono stati esclusi da ogni gioco e a cui è stato impedito l'accesso alle proprie risorse da un sistema economico che erode il controllo pubblico sul patrimonio biologico e culturale. Stare «dalla parte degli ultimi» (come recita il titolo di un suo recente libro pubblicato dalle Edizioni Slow Food) non significa dunque dare di più a chi ha meno, ma restituire ciò che è stato sottratto con la forza di leggi ingiuste, difendere i beni comuni dall'assalto avanzato dalla globalizzazione neo-liberista, impedire la brevettabilità delle forme di vita e di conoscenza e costruire una nuova democrazia ecologica. Una democrazia che difenda la biodiversità e riconosca il reciproco condizionamento tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Abbiamo chiesto a Vandana Shiva, che da decenni continua a rivendicare il diritto di ogni essere umano a opporsi e resistere - in senso gandhiano - alle leggi che lo esautorano dei suoi diritti, di rispondere ad alcune domande sulla sua pratica di scienziata e attivista.

Una delle questioni che lei tende a sottolineare con più insistenza è l'intima connessione tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Come spiegherebbe questa connessione a quanti continuano a ritenere che si tratta di ambiti del tutto separati e tra loro impermeabili?
Per la maggior parte dei poveri la connessione è evidente, perché le risorse naturali ed ecologiche costituiscono la fonte principale del loro sostentamento, e quando qualcuno se ne appropria indebitamente questo porta da un lato all'insostenibilità ecologica e dall'altro all'ingiustizia sociale ed economica. Mi lasci fare due esempi: se la Coca Cola estrae giornalmente con i suoi impianti milioni di litri d'acqua di cui beneficia di solito una certa comunità, così facendo distrugge il sistema idrico di quella comunità e allo stesso tempo causa una nuova forma di ingiustizia sociale ed economica. Oppure prendiamo la questione della terra: in Bengala, di recente il gruppo Tata ha cercato di appropriarsi della terra dei contadini, ma la sottomissione agli obiettivi dell'industria automobilistica di una terra che offre sostentamento a migliaia di persone non solo toglie fertilità a quella terra e crea una produttività insostenibile dal punto di vista ecologico, ma determina anche una grave ingiustizia sociale. Ed è proprio contro questa ingiustizia che hanno combattuto, organizzandosi, i contadini del Bengala, impedendo alla Tata di costruire sulle loro terre. Sono soltanto due tra i numerosi esempi che dimostrano, tra l'altro, come sostenibilità ecologica e giustizia sociale siano connesse alla pace, perché è proprio dall'ingiustizia sociale e dalla crescita della disuguaglianza che trae origine il fondamentalismo. Continua...


nota a margine sulla bandiera: avevamo appena finito di postare questo pezzo e la lettera di luisa morgantini (in oggi in cantiere), e prendevamo il tè, quando abbiamo visto un ragazzo e una ragazza sul balcone di fronte che attaccavano la bandiera. Siamo saltate in piedi festanti e dopo trenta secondi c'era anche la nostra con grandi e affettuosi saluti tra vicini(e) di casa.

venerdì 18 aprile 2008

I forzati del desiderio

Noi, i forzati del desiderio (dal sito come don chisciotte)

DI UMBERTO GALIMBERTI
I Nuovi Vizi - Sette come quelli capitali, ma l’epoca moderna si e arricchita di altre patologie


Perché il consumismo è un vizio? Un vizio nuovo, perché sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla porta di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?
E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita di elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?
Perché il consumismo è un vizio? Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale , esercizio della libertà e benessere. Ma vediamo le cose più da vicino.

1. La circolarità produzione consumo. E’ noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere “circolare” del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.
Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno si “prodotto”.
Continua...

martedì 11 marzo 2008

La Stampa Libri - Dibattito su Latouche e la scienza

Da La Stampa - Libri del 11/3/2008 -
POLEMICA
La decrescita logora anche Latouche

Un’utopia lugubre e sinistra: non si limita la ricerca
PIERO BIANUCCI

Decrescita serena. Le parole che Serge Latouche sceglie per sintetizzare la sua visione del futuro dicono quanto sia difficile capovolgere concetti da secoli associati a valori positivi. Crescita è uno di questi. Crescono i bambini, crescono gli alberi. «Decrescita serena» fa pensare a una casa di riposo per anziani. Lì, tra una partita a carte e una minestrina in brodo, i giorni passeranno anche tranquilli, ma tutti gli ospiti sanno quale traguardo li aspetti.
Serge Latouche, 67 anni, professore di economia all’Università di Parigi Sud, guru del pensiero ecologista senza compromessi, nel suo Breve trattato sulla decrescita serena appena pubblicato da Bollati Boringhieri (135 pagine, 9 euro) condanna a morte l’idea di sviluppo che finora ha guidato i paesi occidentali inchiodandoli alla responsabilità di avere messo in crisi il pianeta. Anche lo «sviluppo sostenibile» è soltanto la foglia di fico del neocapitalismo. continua...

martedì 5 febbraio 2008

Spazio pubblico.... virtuale

dal sito dell'Agenzia di stampa PRIMA

MICROSOFT, YAHOO E GOOGLE: LA RETE COME CAMPO DI CONQUISTA


(PRIMA) ROMA - Nei giorni scorsi Microsoft ha manifestato l’intenzione di acquisire Yahoo, il motore di ricerca più utilizzato su Internet dopo Google. La rete è dunque, ancora una volta, il campo di conquista dove si decideranno le sorti e le fortune dei colossi digitali nei prossimi anni. Come in qualsiasi altra grande corporation del settore industriale o finanziario, la dimensione d’impresa determina il livello di competitività di un’organizzazione e ne garantisce successo e stabilità. Pare definitivamente tramontata l’utopia libertaria e creativa dei “venditori di futuro” che, partendo da folgoranti intuizioni, raccoglievano capitali di ventura e disponibilità di investitori a scommettere sul futuro. Non c’è più l’enfasi di un tempo sulla nuova economia, sulle nuove potenzialità tecnologiche, su modi di comunicare in grado di cambiare addirittura i rapporti tra le persone e il loro stile di vita. È il realismo delle leggi di mercato che trionfa. Del resto, che Internet non fosse solo quel luogo aperto e libero, dove tutto è ancora possibile, era ormai evidente da tempo. I processi di concentrazione globalizzati, ancora una volta, ci mostrano che la tanta decantata orizzontalità del media è in realtà qualcosa che deve fare i conti con logiche di produttività e redditività che valgono anche per le imprese digitali. E allora, tutto è irrimediabilmente compromesso? Si tratta, forse, di riprendere la lezione di un noto studioso di società delle reti, Manuel Castells. Egli suggerisce di usare la rete almeno per difendere identità culturali collettive minacciate (conservando ambiente, culture locali, spirito e tradizioni comunitarie), confidando in tempi migliori per sviluppare identità progettuali, quando il network servirà davvero per innovare e contribuire al mutamento della società. Del resto anche Brecht, parlava dei tempi bui (in altri e più drammatici periodi, certo) e di come fosse inevitabile farci i conti. In attesa di tempi migliori. (PRIMA)



Data: 04/02/08 12:12
Autore: CAV

lunedì 21 gennaio 2008

Densità, alta densità; e poi soprattutto sprawl, cioè diffusione ininterrotta di case nel territorio....

Sandro Roggio
[15 Gennaio 2008]

Densità, alta densità; e poi soprattutto sprawl, cioè diffusione ininterrotta di case nel territorio.
E’ rimasto in ombra questo aspetto nelle analisi sul dramma di Napoli e dintorni, invasi dai rifiuti oltre ogni temibile previsione.
Sì, perché la difficoltà è pure data dal grado elevatissimo di occupazione dello spazio disponibile da cose e persone (la Campania è la regione più densamente popolata del paese: oltre 420 abitanti per km quadrato).
Basta dare un’occhiata alle mappe per scoprire che ogni metro quadro di questa metropoli è impegnato, non ci sono più vere campagne da tempo, che dovrebbero stare ad una distanza di sicurezza dalle città e dai suoi cascami. L’urbanizzazione è senza soluzione di continuità e ogni vuoto, risorsa scarsa (da riempire di case o di rifiuti) ha grande valore, e per il suo possesso concorrono schiere di malavitosi.
In una simile condizione, di pericolo per frammistione di attività incompatibili, è ovvio che sia assai difficile trovare un posto dove appoggiare, seppure temporaneamente, i rifiuti prodotti da tanta gente, che ad occhio sembra più di quella che viene censita/denunciata.

Densità, allora. C’è una linea di pensiero che associa l’elevata presenza umana con la ricchezza di un’area urbana che, si dice, deve attrarre investimenti per competere. L’indice dei consumi (quindi di rifiuti prodotti) serve a misurare la forza di un luogo rispetto ad un altro. E’ la presenza elevata di grandi strutture (di vendita in primis) che dice del primato di un luogo, dove si contano i consumatori con compiacimento. I consumatori sono anche elettori. Il consumo del territorio, com’è noto, si trasforma in voti dappertutto. E il caso Napoli non è isolato: è assai simile, piuttosto, all’ecomostro di turno che spicca per sottovalutazione di tanti altri casi di usi distorti del territorio. Ci fu una legge per Napoli, alle origini della storia urbanistica del Paese, che alludeva ad altri casi.
La bassa densità insediativa è stata (è) considerata una disgrazia dalle comunità che non crescono, perché le regioni meno abitate, così è nella storia, salvo eccezioni, sono più povere. La condizione sfavorevole, indicata dagli investitori, è quella della distanza dalle grandi correnti di traffico, com’è per le isole.
Se, ad esempio, si guardano i rapporti sulla Sardegna, si troverà continuamente riproposto l’argomento della bassa densità abitativa come svantaggio grave. Nel Settecento, i Savoia che si prendevano l’isola con i suoi pochissimi abitanti, molto controvoglia, consideravano grave questo deficit di popolamento, e il progetto di portarci gente, quanta più gente possibile, è stato riproposto a lungo. Ancora oggi un milione e mezzo di abitanti (che stanno in pezzo di città), settanta per chilometro quadrato, sembrano un difetto. Il disegno di occupare i luoghi, quelli più preziosi per cominciare, è molto sostenuto dagli apostoli del Pil, e trova attenzione. Produce dispersione, se non crescita di popolazione.

Decrescita. Se ne parla con diffidenza. I più considerano le tesi sullo scadimento della qualità della vita prodotto dalla crescita (quelle di Latouche, ad esempio) strampalate interpretazioni della realtà, perché porre limiti allo sviluppo, si dice, è contro le leggi che fanno girare il mondo, da sempre. C’è chi considera il ciclo edilizio inarrestabile, incontrollabile, perché tocca al mercato decidere.
Serviranno le condizioni allarmanti di Napoli a fare riflettere sull’idea di sviluppo, almeno sulle difficoltà di governare territori dove peraltro gli abusi allignano in un circolo vizioso?
Uno degli insegnamenti da trarre dovrebbe essere quello di risparmiare il suolo, anche dove sembra abbondante. Ci potrebbe essere bisogno di terra fertile e soprattutto salubre nei prossimi anni. Che la bassa densità possa essere volta a vantaggio qualcuno comincia a immaginarlo: la produzione agricola e zootecnica sarà consentita solo dove la terra non è stata avvelenata. Lo esigerà il mercato, perché anche i consumatori più distratti si accorgeranno che di veleni si muore